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SOCIETA'
6 marzo 2011
L'isola dei famosi

Problema non secondario per il mondo occidentale in questo momento storico è quello di evitare quanto più possibile l’invasione da parte di milioni di profughi delle nostre coste e del nostro territorio. Sicuramente nei paesi oggi a rischio,  come Egitto, Tunisia, Libia ed altri che se ne potrebbero aggiungere, il modo per garantirsi  la continuità della gestione delle risorse è tutelato dalla possibilità di intervenire militarmente (il premio Nobel per la pace a Obama non assicura più di tanto), ma il pericolo di vedersi arrivare in casa propria centinaia di migliaia di “extracomunitari” non fa fare sogni tranquilli a molti. E a diffondere lo spauracchio non sono solo i soliti fanatici intolleranti della Lega, ma anche dalle nostre parti al sud, ed in ambienti di sinistra, si sente la solita cantilena sulla necessità di tenere alla larga chi è diverso da noi per religione, stato, abitudini e tradizioni.

Chissà perché! Chissà perché è obbligatorio vivere sempre in compartimenti stagno ed ognuno con il proprio modo di fare. Quando poi , se guardiamo bene come sono sempre andate le cose nel corso dei secoli, la storia ci ha insegnato che le vicende umane sono state sempre caratterizzate, oltre che dalle lotte tra classi sociali, anche dalle continue migrazioni e spostamenti di popoli tesi e finalizzati alla creazione di nuove comunità e di moderne realtà.

Oltre alle migrazioni epocali dei periodi preistorici, documentate da ritrovamenti archeologici, uno dei più importanti flussi migratori della storia fu il fenomeno  delle “invasioni barbariche” che segnarono l’inizio della fine dell’impero romano.  Avvenimenti che gli storici più attenti  e onesti ritengono normali migrazioni da territorio  a territorio per necessità di sopravvivenza e non invasioni di gente senza scrupoli con l’unico intento di demolire quanto la civiltà classica aveva saputo costruire.

Ma, incuranti delle verità storiche, alcuni le considerano ancora come una  prevaricazione di “barbari” nei confronti della “civiltà”. Metro di paragone che non è usato per  valutare qualitativamente quelle che furono le invasioni coloniali ai danni dei popoli dell’America del nord, dell’America del sud e di tutte le zone del mondo dove  il colonialismo è arrivato a distruggere popoli, culture e tradizioni.

Un’idea mi viene in mente: se riteniamo che le migrazioni verso i nostri territori produrranno  tutti gli sconquassi  che vengono sbandierati, allora cerchiamo più “isole dei famosi” negli oceani, per mandare da quelle parti tanti personaggi nostrani che farebbero spazio per gente che ha più bisogno.

 


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permalink | inviato da Enzo49 il 6/3/2011 alle 20:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
POLITICA
29 gennaio 2011
Vinca il peggiore !!!

Non bisogna mai dimenticare la lezione che Tommasi Di Lampedusa ha voluto darci con il suo  romanzo storico “Il gattopardo”, cui si fa riferimento ogni qualvolta si vuol metter in guardia qualcuno sui rischi insiti in manovre o tentativi di raggirare il prossimo per far credere  che dai cambiamenti derivino necessariamente i miglioramenti.

In questi ultimi mesi abbiamo assistito a molteplici manifestazioni di insofferenza da parte di popolazioni allo stremo nei confronti di governanti e satrapi che tutto hanno fatto nei loro paesi fuorché governare in modo onesto e  giusto.

Hanno cominciato in Algeria, per poi espandersi in Tunisia, dove i moti popolari hanno assunto caratteristiche dirompenti tanto da far fuggire all’estero il presidente di quel paese Ben Alì. Anche la vicina Albania ha capito  quale personaggio ha avuto come capo del proprio governo ed ha fatto giustamente sentire la sua voce nelle piazze.

Ma la rilevanza che stanno assumendo i moti popolari in Egitto va oltre le più nere previsioni se da quelle parti si parla ormai di decine di morti, arresti e devastazioni. L’ultimo faraone pare che non abbia la minima intenzione di desistere dal portare avanti (si fa per dire) il paese e, pertanto, coloro i quali sono la causa prima dello sfruttamento e dell’impoverimento di tutti questi popoli, si propongono per reclamare più diritti e rispetto per le regole democratiche, avanzando suggerimenti di trasformazioni  che dovrebbero scongiurare il precipitare della situazione. Abbiamo sentito chiedere il rispetto di regole democratiche da parte di Barack Obama, presidente degli USA, quello stato che accolse l’Egitto a braccia aperte nell’ambito dell’”occidente” e ne ha fatto la punta di diamante per contrastare le istanze di affrancamento dei popoli di quelle zone dal dominio imperialista e scongiurare la nascita di un nuovo Nasser, vero padre della patria egiziano che seppe dare all’Egitto  dignità e coraggio nei confronti delle potenze coloniali dell’epoca.

Penso quindi che gli USA siano alquanto interessati a regolarizzare a modo loro la situazione in Egitto (e negli altri paesi)  senza perdere nulla del loro potere di controllo e supervisione; si deve cambiare tutto per lasciare le cose così come stanno. Dire  che la parola passi al popolo è come dire tutto e niente: lo sappiamo bene noi in Italia cosa significa dare la parola al popolo (quando il popolo è quello che è!). Ti trovi in una dittatura senza che te ne accorgi!

Ricordate il grande Nereo Rocco? Ai tempi in cui allenava la Triestina, squadra dalle scarse ambizioni e debole sotto il profilo tecnico, a chi, prima di ogni partita, lo incoraggiava con il motto “vinca il migliore”, rispondeva: “speriam de no!!!”

 

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